La tribu dei genitori 2




I tempi, come si suol dire, cambiano. Come chiunque abbia passato i quaranta può testimoniare, una volta alle partite di calcio dei ragazzi assistevano gli allenatori - nel caso la squadra ne fosse dotata -, qualche accompagnatore volenteroso, due o tre preti (segno che la crisi di vocazioni era ancora da venire), un gruppetto di pensionati e alcuni bambini in attesa del loro turno per giocare al calciobalilla. Era già tanto quando il pubblico raggiungeva venti persone. Tornando a casa non era raro che all’euforica dichiarazione “abbiamo vinto!” seguisse la domanda distratta e impietosa del papà “ a cosa hai giocato?” quale massima espressione del suo coinvolgimento emotivo.
Grazie all’opera di sensibilizzazione del settore educativo, che insegna quanto sia importante la presenza della famiglia nelle attività dei figli, e onde evitare stress come quelli subiti da giovani nel tentativo di far capire a mamma e papà quale sport si praticasse, oggigiorno i genitori hanno assimilato entusiasticamente tale teoria e assistono con molta partecipazione ad ogni partita, mettendo a frutto i loro intenti formativi e giustificando le loro indicazioni all’allenatore in merito ai due concetti fondamentali per la crescita sportiva del loro figlio: dove e quanto DEVE giocare. Studi sociologici aggiornati hanno stabilito che le dinamiche che intercorrono tra genitori e allenatori siano praticamente simili indipendentemente dall’età dei giocatori o dal livello tecnico delle squadre e siano riconducibili alle tre seguenti categorie:
a) genitore di calciatore mediocre il cui pensiero dominante può essere sintetizzato con frasi tipo " mister, se fai giocare titolare quello lì non è giusto che lasci in panchina mio figlio…”
b) genitore di calciatore normale " mister, se mio figlio giocasse più avanti..."
c) genitore di calciatore bravino "mister, se non avessi tolto mio figlio avremmo vinto..."
Questa situazione ha fatto si che le società ormai non scelgono più gli allenatori sulla base della loro preparazione tecnica, bensì tenendo conto della capacità nel gestire i rapporti con i genitori. Per questo, più che alle tradizionali lezioni di aggiornamento sportivo, i mister delle squadre giovanili vengono avviati a specifici corsi di sopravvivenza da genitori da cui usciranno temprati e pronti ad affrontare qualunque situazione.
Per cui noi genitori possiamo stare tranquilli: se nella prossima partita il nostro piccolo campione non gioca titolare è perché gli psicologi non capiscono niente di calcio…

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