All’ennesimo insulto indirizzato all’arbitro - un giovane appena più vecchio dei giocatori sedicenni impegnati nella partita da lui diretta- una ragazza in tribuna si alza, si dirige verso il gruppo di persone più agitate ed implora di smetterla con le offese al suo fidanzato. Dopo alcuni secondi di sconcerto partono delle risatine e alcune battute volgari, accompagnate dall'immancabile "il calcio non è uno sport da signorine ". Uno solo, tra quelli del gruppo, prova con un “c'ha ragione, dai, diamoci una calmata” a mettersi in discussione.
Questa è una delle scene a cui si può assistere in tribuna in occasione di una partita di ragazzini ed è triste vedere padri di famiglia, spesso impegnati a fare le prediche ai propri figli, che perdono ogni inibizione e senso della misura, dimenticandosi che i ragazzi bersagliati, anziché starsene alla Play-Station o a bighellonare per i corsi cittadini, passano parte del tempo libero a svolgere la loro funzione più che altro per passione e permettono lo svolgimento di quello che dovrebbe essere un avvenimento sportivo, prendendosi spesso freddo, pioggia e minacce di legnate.
Molti genitori riempiono le tribune con in in testa una sola cosa, quella di vincere. Poco importa se in nome della dea vittoria si sacrifichino le più elementari norme comportamentali. La giacchetta nera che giudica diversamente un azione di gioco è visto come un ostacolo, non serve ricordare che ha nome e cognome, che da solo deve prendere decisioni in una frazione di secondo con il rischio di sbagliare.
E che, come in questo caso, potrebbe avere una fidanzata che lo segue dalla tribuna.
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