Abbiamo incontrato Antonio Comi, attuale
responsabile tecnico del settore giovanile del Torino per
chiedergli un contributo alla riflessione sul mondo del
calcio.
Calcio giovanile dilettantistico:
questione genitori
Nella fascia dei ragazzi
che va dai 6 ai 16 anni non farei distinzioni tra
professionisti e dilettanti. In qualunque settore si operi
bisogna ricordare che si ha a che fare con delle persone e che
al centro dell'attenzione va sempre posto l'uomo.
L'origine
dei problemi che emergono in molti giovani che giocano a
calcio spesso è da ricercare nelle famiglie dove molte
aspettative e frustrazioni vengono riversate sui ragazzi e che
possono subire danni psicologici incalcolabili, quando
viceversa la maggior parte di loro ha soltanto voglia di
divertirsi.
Al Torino non permettiamo che si diano
consigli dall'esterno. Quei genitori che urlano fuori dal
campo al figlio quello che devono fare o che pretendono di
insegnare all'allenatore quanto e come dovrebbero giocare, se
accettassero un confronto tecnico con chi lavora
quotidianamente con i ragazzi si renderebbero conto che è
meglio stare zitti.
L'esperienza come padre di
un figlio che gioca a calcio
E' naturale che
provo le stesse emozioni che può vivere qualsiasi altro padre.
Forse l'esperienza vissuta mi porta a sbagliare di meno
nell'atteggiamento che ho nei confronti di mio figlio. Ho
scelto intanto di non andare a vedere le sue partite
continuamente perchè penso sia giusto che possa esprimere le
sue qualità, le sue emozioni, senza sentirsi troppo sotto
osservazione. Io non ricordo che mia madre sia venuta a
vedermi giocare da ragazzino, anche perchè, restando vedova a
40 anni con quattro figli, doveva lavorare: il fatto di avere
vissuto quest'esperienza in maniera autonoma mi spinge a
comportarmi nello stesso modo con mio figlio. Ogni tanto,
comunque, seguo una sua partita: lo ritengo un segno di
partecipazione, un modo per fargli sentire che non è lasciato
solo a se stesso. Mi interessa anche valutarlo dal punto di
vista calcistico, ma non lo assillo con consigli tecnici. Mi
preoccupo piuttosto che assuma un comportamento corretto in
campo, che rispetti le regole e che segua gli allenamenti con
impegno e costanza. Pretendo molto dai miei figli, soprattuto
per quanto riguarda i concetti di vita. Il ruolo del genitore
è anche aiutare il figlio in certi momenti e di non esaltarlo
in altri.
Calcio: divertimento e
competizione
Alcuni bambini hanno
particolari predisposizioni alla competitività, altri meno. E'
compito del genitore e della società dove il bambino gioca
capire queste particolarità. I ragazzi più competitivi non
devono essere penalizzati, ma indirizzati nella giusta
direzione e incentivati a sfruttare al meglio le loro
caratteristiche. Allo stesso modo quelli meno dotati possono
dedicarsi maggiormente ad altri aspetti importanti quali
praticare un attività fisica, coltivare amicizie,
socializzare. Non a caso spesso le società che possono contare
su un nutrito gruppo di coetanei formano due squadre: una più
competitiva e l'altra in cui si da più importanza al
divertimento. Il problema sorge quando i genitori non
accettano la situazione del figlio e cercano di imprimergli
inutilmente una mentalità agonistica. Succede spesso che si
creino degli alibi e che in casa alla sera l'argomento
ricorrente di discussione sia l'allenatore che non capisce o
il compagno che non passa la palla.
I requisiti
che deve avere chi si occupa di calcio giovanile
Metto al di sopra di tutto tre cose: pazienza,
competenza e passione. Chi vuole bruciare le tappe o pensa
solo al risultato danneggia la crescita di un giocatore. E'
assurdo condurre gli allenamenti dei Pulcini come se fosse la
prima squadra. Mi riferisco per esempio a quegli allenatori
che si arrabbiano se il bambino di 8 anni non riesce ad alzare
la palla quando l'obiettivo di quell'anno deve essere imparare
a giocare la palla a terra.
Infine, la passione: è quella
che ti fa fare il salto di qualità e che ti rende credibile
agli occhi dei ragazzi.

Antonio
Comi e Silvano Benedetti ai tempi del
Chieri